La storia del Cane di Mannara

Quello che possiamo definire cane di mànnara, cioè il cane che oggi si cerca di salvare dall'estinzione, appartiene ad una popolazione rustica legata alla pastorizia ed ancora viene utilizzato per la guardia negli allevamenti ovini e bovini. E'una razza antichissima, primitiva ed è normalmente distinta in famiglie con caratteristiche morfologiche differenti per effetto della selezione naturale e dell'isolamento dei diversi gruppi. La morfologia documentabile di un cane assimilabile a quello odierno non va più indietro del 18° secolo, tuttavia è ragionevole ipotizzare che esso sia il risultato di una evoluzione durata almeno sin dal medioevo.
D'altra parte non si può negare che il patrimonio genetico di questo cane si perde nella notte dei tempi.
Il prof. Giovanni Bonatti misura in Sicilia, nel 1954 due crani di cane dell'età del bronzo e li attribuisce al cane pecoraio siciliano.

La sua classificazione da parte del Bonatti troverebbe conferma nella notizia riportata da Pietro Villari, uno zooarcheologo di fama internazionale, su un frammento di scapola ritrovato nella grotta Corruggi nei pressi di Pachino, appartenente ad un cane di dimensioni più grandi rispetto ai reperti ossei di canis familiaris ritrovati in siti neolitici siciliani e risalente appunto all'età del bronzo.

A comporre il puzzle storico del nostro cane contribuiscono cani di tipo mastino introdotti dai Fenici nel secondo millennio a.C. e successivamente importati in Sicilia dall'Epiro da Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, nel 404 a.c. (quando Siracusa, più potente della stessa Atene, intervenne nella guerra tra Illiri e Molossi).

Le dominazioni succedutesi in Sicilia contribuirono ciascuna a determinare mutamenti del territorio e dell'economia dell'Isola anche con importazioni di specie vegetali e di razze di animali domestici.

Così alcune caratteristiche presenti ancora oggi nei nostri cani di mànnara sono verosimilmente dovute all'introduzione di un cane dall'Africa da parte degli arabi nell'800 d.C., in pratica il progenitore dell'attuale cane dell'Atlas. Straordinaria è infatti la somiglianza di questa razza con alcuni esemplari di cane di mànnara, comune l'impiego poiché il nostro cane così come quello marocchino non è un pastore in senso stretto e comuni anche alcune pratiche da parte dei pastori come il taglio delle orecchie e della coda.
L'impiego del nostro cane pare essere stato sempre quello della guardia alla mànnara, dall'arabo "manzrah" ovvero area chiusa che rappresenta il tipico ricovero deputato all'allevamento degli ovi caprini.
In montagna la mànnara era costruita con un muro di pietre a secco alto un metro e mezzo su cui stavano sistemati rami di ginestra spinosa o di susino selvatico. Le sue caratteristiche costruttive testimoniano la necessità di difendersi dai predatori. La necessità di un cane da guardia era molto più sentita, sino ai primi anni del novecento, quando il lupo era una realtà con la quale si doveva fare i conti, tanto che in Isnello, sulle Madonie, era consuetudine cucire per i bambini delle scarpette di pelle di lupo contro il malocchio.
Pare che l'ultimo esemplare nell'Isola sia stato abbattuto nel bosco della Ficuzza, già riserva di caccia borbonica, nel 1935. C'è chi ricorda invece avvistamenti molto più recenti, fino all'immediato dopoguerra.

Cristoforo Grisanti nel suo folklore di Isnello scritto nel diciottesimo secolo chiama i cani di mànnara "mastini" dalle villose code e ne descrive l'alimentazione a base di siero di latte e pane di crusca.

Tuttavia il cane di mànnara viene anche impiegato come cane da guardia della masseria e nelle aziende bovine. In questo caso il nemico era e rimane il ladro di bestiame anziché il lupo.

E' un cane sicuro, addestrabile e molto legato all'uomo e continua ancora oggi a svolgere la sua funzione difendendo le pecore e gli agnelli dalla predazione dei cani randagi e inselvatichiti e dalle volpi, molto diffuse nell'ambiente rurale siciliano.
Si tratta di un cane di grande taglia, di forte ossatura, armonico, con le caratteristiche del cane da montagna.

Le caratteristiche morfologiche dei soggetti attuali corrispondono sostanzialmente ai cani rappresentati nella cospicua iconografia siciliana del 700 e dell'800.
Il ritrovamento di soggetti straordinariamente simili distanti geograficamente tra loro, nonostante il nostro cane non sia ancora una razza riconosciuta né sia interessato da fenomeni commerciali, può essere spiegata col fatto che le trazzere della Sicilia, sin dal medioevo, collegavano quasi tutte le principali località dell'Isola e permettevano quindi lo scambio di patrimonio genetico.
Attualmente la razza rischia l'estinzione per il ridotto numero di soggetti puri presenti sul territorio e per il ricorso da parte dei pastori ad altre razze di protezione del gregge che stanno inquinando geneticamente il cane di mànnara.
Questo avviene per la difficoltà di reperimento di soggetti puri, per la generalizzata crisi dell'agricoltura e della zootecnia che hanno provocato una diminuzione del numero e della consistenza degli allevamenti ovini rispetto al passato e per la diminuzione della transumanza legata alla crisi anzidetta ed a motivi sanitari che ne impediscono la pratica.

Un pericolo ancora maggiore che ostacola il recupero della razza è rappresentato dalla perdita della memoria storica e della cultura tradizionale delle nuove generazioni di pastori che non ricordano più il cane di mànnara e non hanno interesse al suo recupero.